vera pratica tuishou

Una frase che mi torna spesso in mente, quando devo iniziare a spiegare il tuishou (letteralmente: “mani che premono”) ai miei allievi, è quella del Maestro Cheng Man Ching: “[…] investire sulla sconfitta”.

Diversi anni fa, quando iniziai a praticare il Taijiquan con uno dei miei Maestri cinesi, quello che feci alle prime esperienze di tuishou non fu altro che spostare il mio atteggiamento sportivo competitivo nella pratica del Taijiquan. Questo inevitabilmente mi fece avere quello che oggi definisco come l’approccio più controproducente che si possa avere quando si entra nel mondo del Taijiquan.

Spesso i praticanti del sistema combattivo Brasilian Jujitsu (BJJ), che hanno studiato anche Taijiquan, dicono che la lotta a terra è come il tuishou. In realtà questo è falso. Indipendentemente da quanto la lotta a terra possa essere fluida e possa far sviluppare indiscutibili e pregevoli livelli di sensibilità corporea, quello che differenzia le due pratiche è lo scopo. Nel BJJ il seme della pratica è la sottomissione dell’altro, attraverso leve, strangolamenti, immobilizzazioni, ecc. Mentre nel tuishou originale del Taijiquan il vero scopo è la collaborazione tra due persone al fine di comprendere sé stessi. Quindi nulla di più distante da una qualsiasi forma di lotta, competizione e combattimento. Purtroppo oggi questo aspetto raramente viene compreso e si finisce per fare un “tuishou” che tutto sembra tranne che la vera pratica originale.

Il tuishou è una pratica che è stata creata e sviluppata nell’arco del tempo con un unico fine: far comprendere le forze del Taijiquan (jin) a contatto con l’altro. Siccome queste forze sono molto “sottili”, ovvero non legate a una semplice forza istintiva potenziata, l’unico modo per essere comprese è attraverso un compagno che ci aiuti a farlo lentamente e con progressività. Quello che tipicamente invece si vede fare nelle varie scuole di Taijiquan è che il compagno sin dall’inizio prova a mettere in difficoltà l’altro con lo scopo di primeggiare. La risposta naturale a questo è diventare sempre più abili nelle proprie risposte istintive, diventando fluidi e “avvolgenti”. Sebbene questo dall’esterno sembrerà essere Taijiquan, di fatto non lo è.

Dovrebbe essere abbastanza evidente – ma pare non sia così –  che se qualcuno ci aiuta impariamo più velocemente rispetto a quando qualcuno ci mette i bastoni tra le ruote. Ma come può essere accettata questa idea da una cultura machista nella quale sei un vero uomo (o donna) solo se superi le difficoltà animalesche che la vita ti propone?
Effettivamente, non a caso, sarebbe difficile fare comprendere pratiche lottatorie di origine recente o pratiche nate per la guerra, adottando le modalità del Taijiquan filosofico daoista. Questo perchè ogni pratica è figlia del tempo e della cultura nella quale sorge. Ma, proprio per questo motivo, bisognerebbe comprendere che praticare il principio del Taiji attraverso una decodificazione contemporanea, e ibridando tale principio con pratiche e modalità di pensiero figlie di altri tempi è un errore. Motivo per il quale il Taijiquan dei giorni nostri è una pratica tanto corporea quanto intellettuale (al livello intermedio avanzato), dato che per essere davvero compresa necessità dello studio di determinati principi filosofici contestualizzati nei momenti storici corretti. Chi pratica il Taijiquan senza successivamente studiarne i principi filosofici e le basi storiche non lo comprenderà mai pienamente.

Nella mia piccola esperienza di vita mi è sovente capitato di incontrare persone che dicevano di fare un tuishou collaborativo mentre di fatto stavano facendo di tutto per sopraffare me o gli altri. L’aiuto dell’altro e la collaborazione, era solo un’idea che avevano nella testa ma che di fatto non trovava riscontro pratico. Di conseguenza la prima verità che emerge durante il tuishou è quanto sia complesso liberarsi delle proprie sovrastrutture mentali e delle proprie convinzioni che portano a inevitabile superbia. Spesso si è estremamente convinti di stare facendo una cosa, mentre si sta facendo esattamente l’opposto e la cosa incredibile è che non se na ha alcuna coscienza mentale o corporea. In poche parole è la mente che non accetta di riconoscere e accettare la sua stessa emanazione fisica, i suoi limiti o problemi relazionali. Magari essa vede e percepisce i limiti ma non accettandoli non fa nulla per cambiare.

Dire a sé stessi e agli altri di essere in perfetto equilibrio mentre si esegue la forma del Taijiquan o la cerimonia del tè è facile, ben altra cosa è dimostrare questo equilibrio al contatto con gli altri. Questo però ha portato velocemente i praticanti di Taijiquan a un ulteriore inganno della mente, ovvero: se sono io colui che sposta l’altro, significa che io sono equilibrato mentre l’altro no. Quindi tanto più sono bravo a spostare gli altri tanto più significa che il mio Taiijquan è vero. No, falso. Tanto più sei bravo a spostare gli altri, tanto più significa che le tue abilità tecniche (che possono provenire anche da pratiche marziali precedenti) sono buone, nulla di più. Mentre, tanto più accetti i tuoi limiti, dimori nel “senza aspettativa”, stai in ascolto e aiuti il tuo compagno a fare lo stesso, tanto più è vera la tua ricerca nell’ambito del Taijiquan.

ANEDDOTO – Un po’ di anni fa, durante un workshop mi successe di fare sbilanciare (involontariamente) con una leggera spinta un maestro italiano molto noto, mentre egli cercava di dimostrare il Peng (una delle otto forze base del Taijiquan più difficili da acquisire). Ovviamente questo rese per un momento senza valenza la sua dimostrazione. La reazione successiva di quel maestro fu di ritentare nuovamente l’esercizio ma dandomi, contestualmente e senza alcuna ragione, un pugno nel petto. Cosa aveva a che fare il pugno con la dimostrazione del Peng?

Questo piccolo aneddoto dimostra quanto sia difficile “investire sulla sconfitta” (cit. Cheng Man Ching) e come tendiamo a spostare ogni “sconfitta” su una qualche “colpa” esterna a noi. Nel caso dell’aneddoto, la colpa del “fallimento” di quel maestro durante la dimostrazione divenni evidentemente io con la conseguenza di dovere successivamente tollerare un immotivato pugno.

Alcuni potrebbero pensare che l’aneddoto appena raccontato sia qualcosa che esprime esclusivamente il carattere di ognuno e che poco ha a che fare con la ricerca marziale all’interno della pratica del Taijiquan. Ma questa sarebbe è un’errata interpretazione.
La ricerca attraverso una pratica complessa come il Taijiquan la si porta avanti per trasformarsi da essere umani a “essere Taiji”. Ergo: passare da una dimensione di “esseri istintivi” che cercano di contenersi attraverso schemi mentali culturali a “esseri elevati” che invece dimorano nell’equilibrio, liberi e senza bisogno di freni inibitori. Dimorare nell’equilibrio porta alla non necessità di doversi dare dei freni, ovvero si tratta di “riprogrammare il nostro essere” per vivere in armonia con gli altri e con il mondo. Se il tutto si riduce a sviluppare esclusivamente abilità tecniche combattive che però non divengono equilibrio esistenziale, allora di Taijiquan c’è ben poco. Tanto vale fare “street fight”.

 

Nel video qui mostrato il ragazzo alla sinistra mi ricorda me stesso anni a dietro. Nello specifico egli sta eseguendo uno dei diversi tuishou codificati a contatto con alcuni allievi cinesi del lignaggio Yang Banhou. Esattamente come accadde a me, il suo atteggiamento è quello di trovare un varco d’ingresso al fine di spostare l’altro. Di fatto egli ha un obiettivo predeterminato (che è un errore del Taijiquan). Inoltre nella sua ricerca finalizzata alla “supremazia” egli impone “morbidamente” il tipico atteggiamento sportivo/competitivo. Quel che avviene è quindi uno spostamento dell’altro tramite delle piccole strategie, unite a un gioco di anticipo nel quale egli passa repentinamente da una velocità all’altra. A vederlo sembra tuishou fatto più o meno bene (dipende dai punti di vista), ma di fatto di vero tuishou ha ben poco.

Nel mio percorso di insegnamento odierno preferisco di gran lunga farmi spostare dagli allievi o dai compagni di allenamento quando questi volontariamente o involontariamente trovano una mia rigidità, piuttosto che rispondere alle mie rigidità con trucchi tecnici finalizzati a dimostrare che sono bravo.
Cheng Man Ching diceva di “investire sulla sconfitta” ma ancora dopo molti anni sembra che questa frase non venga compresa. Investire sulla sconfitta non significa ricercare la sconfitta, che equivarrebbe a ricercare la vittoria, ma bensì significa non avere paura di prendere coscienza dei propri limiti. Solo quando si inizia ad accettare i propri limiti, facendoli emergere (piuttosto che nasconderli o camuffarli con tecnicismi), si inizia il vero percorso nel Taijiquan.
La maggior parte degli individui che iniziano le arti marziali sono esseri fragili e sensibili, impauriti e/o frustrati per diverse motivazioni o per eventi che gli sono accaduti nell’arco della vita. Ma il percorso di alto livello marziale non dovrebbe essere cercare una difesa (costruendo un guscio fisico impenetrabile) contro gli eventi traumatici, piuttosto dovrebbe essere un lavoro sulla consapevolezza.
Se il risultato del percorso marziale è quello di sentirsi al sicuro e sicuri di sé stessi perché si è consci di poter fare male agli altri, si è lontani da un percorso di alto livello. Se lo scopo è dimostrare a sé stessi di essere forti, salendo su un ring causando, come inevitabile conseguenza, danni interni ed esterni a un avversario allora si è lontani da un percorso di alto livello. Se indipendentemente dallo scopo, il risultato è che l’avversario (che in realtà è sempre e solo dentro di noi e si chiama ego) finisce con le ossa rotte, i denti saltati, la faccia tumefatta o un trauma cranico allora si è ben distanti dall’aver raggiunto qualsiasi consapevolezza di alto livello.
Sin quando il conflitto interiore non viene superato l’arte marziale è uno strumento illusorio, a prescindere dall’abilità tecnica raggiunta.

Il primo insegnamento di alto livello di un’arte marziale è di non combattere con gli altri, il secondo è di non combattere con sé stessi, il terzo di non combattere affatto. Ma la nostra cultura si basa tutta quanta sulla supremazia, sulla guerra e la conquista. Quindi il messaggio di alto livello, sebbene sia facile da comprendere razionalmente, è estremamente difficile da trasformare in consapevolezza e quindi in realtà esistenziale.
Il punto non è essere pacifisti intellettuali che al primo tamponamento con l’autovettura esplodono in un attacco di rabbia incontenibile. La ricerca è l’equilibrio attraverso l’accettazione degli eventi. Accettare non significa essere passivi, vuole dire non eccedere, non squilibrarsi.
In un passaggio di alto livello della giurisprudenza italiana (52 del codice penale) è scritto: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa“. Sembra qualcosa scritto dal mitico personaggio daoista Lao Tzu. Quello che effettivamente si sta dicendo in questo passaggio del codice penale italiano è che difendersi è lecito, mentre accanirsi sull’altro nell’atto di difendersi è a sua volta un’offesa, ergo uno squilibrio che quindi può essere a sua volta punibile dalla legge.
L’esempio della difesa personale, che può anche essere traslato nell’ambito di una semplice conversazione accesa, dimostra quanto sia facile comprendere determinati principi e quanto al contempo sia difficile metterli in pratica. Di certo è capitato a tutti di eccedere nell’atto di difendersi, passando così dal lato del torto. In questo senso si evince quanta valenza può avere il tuishou se eseguito correttamente, ovvero senza premeditazione, tramite l’ascolto e nella ricerca del mantenimento di un equilibrio senza eccessi, in relazione con gli altri.

CONCLUSIONE – Non solo il vero tuishou si rivela utile (sul lungo termine) per un’applicazione marziale di alto livello ma è un ottimo strumento che educa la mente all’equilibrio in una società contemporanea che è ben lontana dall’essere equilibrata nelle sue risposte agli eventi di ogni entità.

Buona pratica e ricerca a tutti.
© Valerio Bellone

Scritto da:

Valerio Bellone

Ho praticato in modo ludico arti marziali sin da quando ero bambino: Judo, Karate, Muay Thai, Kali Filipino, Silat, Close Combat. Infine ho incontrato il Taijiquan e da quel momento ho dedicato tutto me stesso alla pratica, alla ricerca e allo studio di quest'arte.
Il mio percorso nel Taijiquan è iniziato con il wushu moderno (Taijiquan in forma sportiva) e successivamente ho approfondito lo stile di Cheng Man Ching per poi passare ad altri filoni di insegnamento derivati dalla tradizione antica della famiglia Yang.
Tengo anche corsi di gruppo e per istruttori nella città di Palermo. Puoi approfondire la mia conoscenza su questa pagina.