comprensione del vuoto

La visione predominante della nostra cultura scientifico-tecnologica assume l’esistenza del mondo oggettivo come fondamentale. La materia occupa il centro del palcoscenico. La coscienza è generalmente vista come epifenomeno (sintomo collaterale) di certi processi materiali, proprietà emergente del mondo oggettivo che si manifesta quando un sistema nervoso di un certo grado di complessità viene a esistere. Che questa visione sia inadeguata a rendere conto della specificità della coscienza è stato messo in evidenza dal filosofo australiano David Chalmers nel libro Che cosa è la coscienza.

Questa visione materialista risulta inadeguata per comprendere l’enigma del processo quantistico. Solo una filosofia che pone l’atto dell’esperienza come primario e fondamentale e i due poli soggetto e oggetto come co-emergenti in questo atto, è in grado di abbracciare la realtà che la fisica quantistica mostra.
Sorprendentemente queste considerazioni trovano dimora in un testo – probabilmente compilato nell’arco di centinaia di anni – giunto sino a noi con il nome di Daodejing (o Tao Te Ching). Un Classico della letteratura cinese e fonte di ispirazione primaria per pratiche pratiche corporee, mentali e spirituali. Tra queste il Taijiquan.

Il Dao chiamato Dao, non è il Dao. Ogni nome che si può nominare non è un nome eterno. Questo si legge nella prima “stanza” (capitolo) del Daodejing.
I nomi nella filosofia daoista sono relativi, contingenti, hanno senso per fini particolari. Essi non toccano la realtà. Per “nomi” si intende ogni rappresentazione della realtà: “nomi” abbraccia l’intera dimensione del rappresentare un mondo. Non appena l’io identifica un sé e un altro da sé, i nomi hanno origine. Con i nomi nascono le cose. L’universo è un universo di cose perché è un universo “nominato”. Le cose non preesistono alla coscienza. Esse emergono nell’atto del nominare.

Potremmo creare una rappresentazione nella quale prima ci sono le cose (c’è il big bang, poi l’evoluzione dell’universo, si formano le molecole organiche, ecc.). Poi, a un certo punto, nella materia si sveglia qualcosa che chiamiamo coscienza, che inizia a guardarsi intorno. Ma non bisogna dimenticare che questa è solo una rappresentazione. Certo, una rappresentazione valida, efficace nel contesto del pensiero tecnologico contemporaneo, ma pur sempre e solo ”una mappa, non il territorio”. L’universo vecchio circa 13 miliardi di anni (stando ad alcune recenti teorie) sorge insieme alla coscienza che lo contempla come tale.
Questa è essenzialmente anche la prospettiva che sta alla base del pensiero postmoderno. Una classica formulazione di essa è la famosa metafora, sopra parafrasata, di Korzybski: “la mappa non è il territorio”. Un’affermazione apparentemente scontata che, tuttavia, intesa in senso ampio colpisce alla radice ogni tentativo di imbrigliare la realtà in un sistema di pensiero. Quel che Korzybski dice è che ogni descrizione della realtà mediante un linguaggio non è niente di più di una mappa. L’universo del discorso è l’universo delle mappe: la realtà, il “territorio”, resta eternamente al di là di tale universo.
Un’altra geniale e ironica formulazione dello stesso assioma che il mitico Laozi (presunto autore del Daodejing) avrebbe sicuramente gradito è la pipa di René Magritte. Nel 1929 l’artista surrealista dipinse un quadro intitolato “l’inganno delle immagini”. L’inganno di cui Magritte parla non si limita alle immagini, ma si estende a ogni forma di rappresentazione: un persistente errore umano è la reificazione dei nostri costrutti mentali, scambiare il concetto per la cosa, che è assimilabile, concettualmente, a scambiare il fine con il mezzo.

Anche se l’antico daoismo e il pensiero postmoderno condividono la stessa epistemologia relativista, come punto di partenza, essi divergono nei loro sviluppi. La realtà è indicibile, è eternamente al di là dell’universo del discorso: questo è il punto di partenza comune. Ma l’interesse del pensiero postmoderno si concentra sull’universo del discorso come creatore di realtà intersoggettivamente condivise, di mondi sociali. L’interesse dei daoisti invece è tutto rivolto verso la realtà indicibile. L’interesse per la sfera del discorso è solo critico e ironico. La dimensione esistenziale è la sola che conta. La parola Dao (o la “Via”) indica quindi ciò che sta oltre il dicibile, ciò che non ha nome e di cui pertanto si può solo parlare per paradossi e allusioni, ciò che è più antico di “cielo e terra”, il “vuoto” che sta prima della dualità di soggetto e oggetto, coscienza e mondo.

La comprensione del “vuoto” attraverso la pratica del Taijiquan

Il Taijiquan è una delle pratiche figlie del pensiero daoista che più facilmente avvicina gli occidentali a mondi inaspettati, donando nuove consapevolezze e punti di vista sulla “realtà” e la vita. Ovviamente, come in ogni pratica, bisogna avere la capacità di lasciarsi alle spalle preconcetti e pregiudizi rispetto all’idea di realtà avuta sino ad oggi. Quindi il Taijiquan, talvolta abbreviato “Taichi”, può essere un ottimo mezzo per affrontare un viaggio esperienziale alla ricerca della dimensione del “vuoto” – il “vuoto” che è “la madre dei diecimila esseri” (dal Tao Te Ching), il vuoto da cui ogni cosa scaturisce e a cui ogni cosa ritorna.

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© Valerio Bellone

Scritto da:

Valerio Bellone

Ho praticato in modo ludico arti marziali sin da quando ero bambino: Judo, Karate, Muay Thai, Kali Filipino, Silat, Close Combat. Infine ho incontrato il Taijiquan e da quel momento ho dedicato tutto me stesso alla pratica, alla ricerca e allo studio di quest'arte.
Il mio percorso nel Taijiquan è iniziato con il wushu moderno (Taijiquan in forma sportiva) e successivamente ho approfondito lo stile di Cheng Man Ching per poi passare ad altri filoni di insegnamento derivati dalla tradizione antica della famiglia Yang.
Tengo anche corsi di gruppo e per istruttori nella città di Palermo. Puoi approfondire la mia conoscenza su questa pagina.