investire sulla sconfitta

Se qualcuno vi dice che il Taijiquan non è diverso da altre arti marziali è perché non lo ha ancora compreso. Coloro che credono di aver capito il funzionamento del Taijiquan e paragonano quest’arte ad altri sistemi marziali non saranno mai in grado di padroneggiarne le vere abilità interne.
In quanto arte marziale, il Taijiquan ha indiscutibilmente cose in comune con molti altri sistemi combattivi – motivo che porta al fraintendimento delle sue peculiarità – ma la sua natura e il suo approccio è estremamente diverso. Talmente diverso che la maggior parte dei praticanti pensano di capirne i principi riuscendo a leggerne solo gli strati più superficiali. Chi ha compreso la teoria del Taijiquan sarà d’accordo con questa mia affermazione:

Preferisco di gran lunga perdere 1.000 scontri, provando ad adoperare le qualità di un’arte marziale interna, piuttosto che vincere un duello o più adoperando abilità di un sistema marziale esterno.

L’arte marziale esterna, qualsiasi essa sia, si basa sul potenziamento di doti naturali quali riflessi, forza, robustezza, destrezza, ecc. A queste doti naturali, che vengono potenziate e migliorate attraverso allenamenti specifici, si aggiungono le diverse tecniche di ogni stile. Ovviamente qualsiasi stile, se ben allenato, non potrà comunque mai tralasciare il lavoro più importante, ovvero la sensibilità che deve essere sviluppata in merito al “tempo” e alla “distanza”.

L’arte marziale interna del Taijiquan è uno stile di “natura inversa“, ovvero basato su un processo che risulta essere innaturale, non istintivo, non basato sulle doti naturali sopra citate.
Nel Taijiquan si deve imparare ad “usare una forza di 100 grammi per manipolarne delicatamente una di 450 chili” (cit. tratta dalla lettura “I tre Classici del Taijiquan di Wang, Wu e Li“). Questa affermazione implica una moltitudine di livelli di comprensione dell’arte che possono essere approfonditi leggendo il libro sui Classici. Ad ogni mod, per brevità qui può essere detto che nel Taijiquan si cerca di adoperare la forza dell’altro al fine di sconfiggerlo – un aspetto che in generale è in comune con l’Aikido, sebbene applicato in modo estremamente diverso –  così da non dovere fare alcuno sforzo muscolare attivo di opposizione. Questo aspetto, tra le altre cose, porta a non essere affaticati durante uno scontro.
Durante uno scontro fisico il fiato si va accorciando con il passare dei secondi e dei minuti per un motivo specifico: quando ci si batte con qualcuno in modo si attivano i muscoli che iniziano a richiedere ossigeno attraverso il sangue. Aspetto che mette sotto stress tutti gli organi interni, soprattutto il cuore e i polmoni nelle fasi iniziali. Per limitare questo problema, negli sport da combattimento (e nelle arti marziali esterne) si fa molta preparazione atletica così da avere organi interni bene allenati che possono reggere grandi sforzi sostenuti per lungo tempo. Eppure, per quanto si possa essere allenati, c’è sempre un limite di durata a ogni sforzo fisico. Inoltre, questo tipo di approcio al combattimento ha da sempre privilegiato coloro che sono nati con un bagaglio genetico “vincente”, ovvero particolarmente adatto a questo tipo di attività. Nell’ambito dello sport non è un caso che a parità di allenamento e di mentalità, quello con il bagaglio genetico migliore (più pesante fisicamente e/o più giovane) avrà sempre la meglio, tranne in casi più unici che rari. Queste caratteristiche e problematiche vennero notate già centinaia di anni fa, così qualcuno pensò che bisognava trovare un modo per sopperire allo svantaggio genetico. Il Taijiquan nasce anche per questo scopo.

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Nel Taijiquan la muscolatura deve essere costantemente rilassata e passiva così da spingere il praticante alla “non fatica” anche durante un combattimento. Nel Taijiquan quindi non ci si oppone mai usando forza contro forza. Questo potrebbe sembrare semplice o comune anche ad altri stili, ma non è così e, in verità, trattasi di una delle cose più complesse che si possa fare durante uno scontro reale. Per tale motivo, nella ricerca di tale abilità, che deve essere portata a maestria per poter funzionare davvero, ho dichiarato inizialmente che preferisco essere sconfitto nel tentativo di adoperare le abilità interne, piuttosto che prevalere sull’altro usando i suoi stessi mezzi esterni.
Il Maestro Cheng Man Ching disse che bisognava “investire sulla sconfitta”, affermazione sicuramente emersa successivamente ai suoi studi con il Maestro Yang Chengfu. Ma perché investire sulla sconfitta in un mondo che punta tutto sulla vittoria e sull’essere dei vincenti? L’affermazione di Cheng Man Ching non sollecita a essere dei perdenti, piuttosto sottintende che quando si investe il proprio tempo in abilità altamente raffinate e innaturali nel contesto marziale si è destinati a perdere ogni scontro per un lungo periodo di tempo. Sembra non avere quindi alcun senso, vine infatti da domandarsi: perché mai investire su un’arte così complessa che porta alla sconfitta, invece di praticare un sistema più semplice basato su doti istintive che sono facilmente potenziabili?
Innanzitutto per sconfiggere un avversario, adoperando le qualità naturali, bisogna essere così fortunati da incontrare qualcuno di più debole, meno allenato o meno abile. Di conseguenza praticare un’arte marziale esterna con l’idea che si diventa più efficaci degli altri nel breve periodo trova un principio di realismo soltanto in una situazione nella quale si affrontano in duello una persona addestrata con una che non lo è. Viceversa, tra due persone addestrate allo stesso livello, ci sono talmente tante variabili, che ogni scontro non è mai scontato e il fattore dominante rimane quello di forza/dimensione ed età. Secondariamente, è vero che praticare il Taijiquan porta a sconfitta contro gente allenata in arti marziali esterne, ma questo avverrà sin quando non si padroneggerò davvero l’arte. Infatti in Cina si è sempre tramandata l’idea che quando si riesce a raggiungere vera maestria nel Taijiquan si diviene invincibili. Cosa significa? Significa tante cose, alcune più superficiali e legate al combattimento e altre più profonde, legate al percorso umano e di vita (approfondito in altri articoli). Dato che in questo articolo ci si concentra sugli aspetti marziali, da un punto di vista combattivo “invincibilità” significa che ogni qual volta un vero Grande Maestro di Taijiquan si scontra con un Maestro di uno stile esterno, il primo avrà la meglio. Questo per un motivo specifico: il Maestro di Taijiquan non si scontrerà mai con qualcun altro, ma farà solo in modo che l’avversario si scontri contro sé stesso. Chiaramente tra il dire e il fare ci sono di mezzo decine di anni di addestramento specifico. Non a caso solo poche persone nella storia hanno raggiunto un livello “soprannaturale”, ovvero hanno acquisito l’alto livello del Taijiquan e una natura psicofisica fuori da quella comune e ordinaria. Quindi sorge una lecita altra domanda: perchè investire anni di tempo su una disciplina che non mi da comunque garanzia di acquisirne maestria, dato che troppo complessa? La risposta me la diede un mio maestro dicendomi quanto segue: «Oggi nessuno pratica tiro con l’arco con l’idea che grazie all’abilità del tiro con larco si possa sopravvivere innanzi a un uomo che impugna una pistola, eppure le persone continuano a praticare e amare la pratica del tiro con l’arco». Questo significa che anche se il Taijiquan potrebbe risultare meno efficace rispetto ad altri sistemi combattivi odierni, rimane il fatto che i vari aspetti che insegna sono di gran lunga più profondi rispetto a quelli che si possono imparare con altri sistemi più pratici e veloci.

In merito all’idea di invincibilità del vero Grande Maestro di Taijiquan ci sono molteplici aneddoti sulla vita di Yang Luchan, uno di questi riporta come egli per più di 10 anni fece avanti e indietro tra la sua città natale e la casa del suo Maestro Chen Changxing. Ogni volta che il giovane Yang tornava a casa e provava a mettere in pratica le abilità interne apprese con il suo Maestro, puntualmente veniva sconfitto dai praticanti di altri stili esterni. Eppure, dopo più di 10 anni di pratica e di sconfitte umilianti, tornò nella sua città natale e nessuno fu più in grado di sconfiggerlo, questo gli portoò notorietà e lo spinse sino alla grande Pechino del tempo nella quale nessun artista marziale fu in grado di metterlo in difficoltà. Alla Yang Luchan fu ribattezzato con il nome di “Yang wudi”, ovvero Yang l’invincibile.

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Yang Luchan divenne famoso in tutta la Cina e fu il primo Maestro che dimostrò pubblicamente, contro qualsiasi avversario, che quanto scritto nel Daodejing è effettivamente applicabile persino in un contesto marziale:

Gli esseri umani nascono morbidi e deboli, muoiono rigidi e forti. I diecimila esseri, le erbe, gli alberi nascono morbidi e gracili, muoiono avvizziti e rinsecchiti. Perciò coloro che sono rigidi e forti sono compagni della morte, coloro che sono morbidi e deboli sono compagni della vita. Per questo un esercito troppo forte non vince, un albero troppo forte si rompe. Il forte e il grande stanno sotto, il morbido e il debole stanno sopra.

Il livello raggiunto da Yang Luchan si dice che venne acquisito, successivamente, anche dai suoi figli Banhou e Jianhou e dai suoi nipoti (Chengfu e Shaohou). Questo dimostrò che il duro allenamento corretto del Taijiquan portava a effettiva “invincibilità”.
Ad oggi personalmente non ho mai incontrato nessuno con tale livello e anche il migliore dei Maestri di Taijiquan che ho avuto o incontrato, una volta messo sotto vera pressione combattiva, iniziava a rispondere facendo emergere forza fisica e o tecniche (trucchi) che non trovano corrispondenza con l’alta qualità del Taijiquan. Tutto ciò dimostra quanto sia effettivamente complesso rimanere nel principio Taichi quando si affronta un vero scontro. Ad ogni modo personalmente continuo a preferire la ricerca del “non possibile” ma profondo, piuttosto che accontentarmi di un ego che spinge sul breve termine, lasciandomi dimorare sugli aspetti più superficiali delle arti marziali.

Lo sport da combattimento e le arti marziali esterne escludono la pratica del Taijiquan e viceversa? A un livello superficiale no, anzi le due cose possono integrarsi bene. A un livello profondo invece sì, un tipo di pratica esclude l’altra, questo perché l’atteggiamento di base dei due metodi è opposto al punto da ostruirsi vicendevolmente. Allo stesso tempo, se si è già raggiunta maestria in uno o più sistemi esterni, questo non impedirà di passare al Taijiquan. Se invece si è raggiunta Maestria nel Taijiquan – ammesso che qualcuno sia in grado di farlo – mi viene da chiedere: perché mai dovrebbe essere interessante imparare anche un sitema esterno?

La via del Taijiquan non è per cercare vittoria, essa pone in una condizione di sconfitta costante. Solo chi persevera nella sconfitta, non lasciando mai la via maestra, può passare da un livello umano a un livello Taiji, di equilibrio yinyang. E anche se non si acqusirà mai il livello incredibile di alcuni Grandi Maestri del passato, l’arricchimento umano, iteriore e il guadagno in salute che dona il Taijiquan sono più che sufficienti a ripagare di tutto il tempo investito in una disciplina così “innaturale”.

© Valerio Bellone


Per approfondire ulteriormente l’argomento specifico sopra trattato puoi anche leggere i seguenti articoli:
1. Il Taijiquan non è uno sport, è un’arte figlia di una filosofia millenaria
2. Taijiquan e Pacifismo, coltivazioni pratiche di natura inversa
3. Cosa è il Taijiquan? Scopriamolo grazie al Classico di Wang
4. Taijiquan, la pratica della lentezza che porta all’armonia